Salva-Gente

La piscina è uno di quei ricordi, i primi, più nitidi e più belli, di quando non si aveva un’età.

Miriade di specchi di luce bianchissima, acqua fredda calda azzurra verde – ma poi rossa o arancione è uguale.

Una piscina: esistenza beata e feconda, purezza del presente; nel ricordo, immagine idealizzata, manipolata dall’inconscio e dalle sue ragioni, senza contesto. Abbaglio di quella luce riflessa, colori, corpi, facce, senza un rumore, se non l’acqua.

Ma l’acqua non c’è, e la piscina abbandonata esiste per sè.

Non è un peccato che non sia piscina, non importa che lo sia stato. Non importa neanche che sia stata dismessa dopo anni, o che non sia mai stata in funzione.

Espressione del suo massimo potenziale, di tutto ciò che simboleggia e rappresenta al di là della sua funzione, è nel momento della massima libertà, in cui l’intrinseca dipendenza da ciò che siamo in assoluto ci permette di separarci da ciò che siamo nel particolare; quel momento in cui il sapore della vita è più ricco e, per un attimo, liberi dai noi stessi, ci soffia il vento nelle vene.

La piscina abbandonata, semplicemente, è.

Abbandono di una memoria incerta, artificiale, costruita a posteriori in un terreno arido.

Separazione da un’idea architettata a posteriori.

Affermazione di una grande vasca a ricordare che il nostro essere è  leggero, ondivago, malleabile.

salva – gente…